C’è un isola, forse come tante altre al mondo, ma sicuramente ora più vicina a me, che si chiama Filicudi e si trova nell’arcipelago delle isole Eolie, in Sicilia.
E’ un luogo strano, anzi inusuale, alcuni dicono magico. C’è chi asserisce di non riuscire a trascorrere una notte senza avere un’inconsueta attività onirica, tale da lasciare quasi spossati al mattino, per eccesso di sogni; c’è chi subisce il fascino di una terra povera al primo sguardo, ma ricca dentro, quando scavi un po’ sotto la roccia dell’istintivo senso di autodifesa dei suoi abitanti. C’è chi chi vive la delusione di non trovare orde di corpi bronzei e scolpiti o locali di ritrovo fragorosamente affollati. C’è chi invece cerca la semplicità di orizzonti blu e cieli d’oro che mille e una notte di bagordi e follie non ripagherebbero minimamente. E la trova qui.
Sarà l’origine vulcanica ad alimentare le credenze sull’esitenza di misteriosi campi magnetici o a creare davvero questo moto interiore. O sarà la calma di una roccia appena attraversata dal movimento di pochi a lasciare assorti nei propri pensieri, lontano da tutto e da tutti. In quest’atmosfera antica ci si sente più vicini a se stessi e si riassaporano contatti dalla densità spesso dimenticata.
Per caso mi è capitato di trascorrere qualche giorno su questo pezzo di lava pettinato dall’uomo con mille terrazze ormai abbandonate e si è rivelata una fantastica esperienza. Forse è vero che a volte l’aspetto del mondo dipende anche da come uno lo osserva, ma senza fare troppe analisi, vorrei raccontare un po’ questa terra che spero non subisca le trasformazioni e modernizzazioni che vediamo in altri luoghi ben più noti e, ormai, devastati, sacrificati all’interesse economico. Vorrei che questo spazio tra mare e cielo restasse così per sempre, lontano, non solo fisicamente, dalle nostre abitudini, dalle nostre bulimie informative, dagli insulti architettonici e dagli sfregi emotivi. In tempi di globalizzazione, come si cerca di difendere il prodotto tipico locale, vorrei che si sapesse leggere questo come uno luogo di culto della serenità e dell’anima. Non perchè sia particolarmente pregno di sacralità, ma perchè nel suo semplice modo di sopravvivere alle distruttive mareggiate di modernità offre ancora il sacro piacere di vivere il tempo nella sua essenza, donando a noi poveretti male abituati a ritmi anti-umani il potere di gustarlo ancora così: dilatato, spalmato, denso ma leggero. E così diviene sacro per forza.

Quando si vuole difendere un territorio, si pensa spesso che sia dovuto alla necessità di non aggredire la natura (o quel che ne rimane), mai che sia un atto di egoismo, ma di quello buono: tutelo quel luogo perchè così facendo tutelo me stesso e le sensazioni profondamente vitali che esso scaturisce in me, per alimentare un “ecosistema” fatto di terra e cuore. Filicudi rappresenta uno di questi santuari e spero che la fame di monetizzazione non ingurgiti anche questo.
Cari Filicudari, la mia è una richiesta inconsueta forse: salvate la vostra isola da quel che l’omologazione porta a credere sia normale, salvateci da noi stessi. Siete diversi, siate diversi, la vostra diversità è la vostra forza, la vostra ricchezza, il vostro tesoro. Offrite la semplicità e la qualità, due cose di fronte alle quali il cuore non riesce a non cadere in tentazione e sono sicuro che il futuro vi ripagherà, perchè sempre più di cuore ha bisogno l’uomo.
Vorrei… forse vorrei semplicemente tornarci.
Grazie dello splendido vivere che mi avete regalato.
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